Dolore e Ragione [On Grief and Reason]

Trofei di guerra

[…] Se mai qualcuno ha approfittato della guerra, siamo stati noi: i suoi figli. A parte il fatto di esserne usciti vivi, avevamo di che nutrire per parecchio tempo i nostri sogni e la nostra immaginazione. A Dumas e a Jules Verne, abituali ingredienti di ogni dieta infantile, si aggiungeva l’equipaggiamento militare, che sui ragazzi fa sempre colpo.  Su noi faceva tanto più colpo perchè era stato il nostro Paese a vincere la guerra. Curiosamente, però, era il materiale bellico dell’altra parte a esercitare su noi la più forte attrazione, e non quello della nostra Armata Rossa vittoriosa. I nomi degli aeroplani tedeschi – Junkers, Stuka, Messerschmitt, Focke-Wulf – li avevamo continuamente sulle labbrea. E così le pistole mitragliatrici Schmeisser, i carri armati Tiger, le razioni di emergenza. I cannoni erano fabbricati dai Krupp, le bombe erano gentilmente offerte dall’I.G. Faberindustrie. Un orecchio infantile è sempre sensibile a un suono strano, anomalo. Era, credo, questa fascinazione acusticha, più che un vero senso del pericolo, ad attirare verso quelle parole la nostra lingua e la nostra mente.

[…] Grazie a sei fori simmetrici nella parte posteriore della radio, fra il tenue bagliore e lo scintillio delle valvole, in quel labirinto di morsetti, resistenze e catodi, incomprensibile come le lingue che generava, credevamo di vedere l’Europa. Era la visione di una città notturna, con le luci al neon sparse dappertutto.

[…] Ma i trofei di guerra più importanti erano, si capisce, i film. […] La serie di Tarzan, da sola, contribuì alla destalinizzazione -oso dirlo- più di tutti i discorsi di Chruscev al XX congresso del Parito e dopo. Occorre tener conto delle nostre latitudini, della rigidità abbottonata, inibita, invernale delle nostre norme di comportamento, pubbliche e private, se si vuol capire l’impatto di quell’esere solitario, nudo, con le chiome al vento, che inseguiva una bionda nel fitto della lussureggiante foresta tropicale, avendo un Sancho Panza in versione scimpanzé e le liane come mezzo di trasporto. Se a questo si aggiunge la veduta di New York (nell’ultimo episodio della serie proiettata in Russia), con Tarzan che salta dal ponte di Brooklin, si potrà capire quanto fosse emarginata, anche per sua scelta, una generazione quasi intera di russi. La prima cosa che ci andò di mezzo furono, naturalmente, i capelli corti. Di colpo diventammo tutti capelloni.

[…] sulla bilancia della verità la forza dell’immaginazione ha lo stesso peso della realtà e a volte pesa anche di più.

[…] Un uomo è ciò che ama. Ecco perchè l’ama: perchè lui ne fa parte.

Un’immodesta proposta

[…] Se c’è qualcosa che un poeta moderno ha in comune con i suoi colleghi del Rinascimento, è in primo luogo la misera diffusione della sua opera. […] Ma io non sono qui per parlare del destino del poeta, il quale non è mai, in ultima analisi, una vittima. Sono qui per parlare della sorte del suo pubblico, cioè, se vogliamo, della nostra sorte.

[…] La diffusione della poesia non dovrebbe ispirarsi a criteri di mercato, perchè ogni stima del genere, per definizione, sottovaluta il potenziale esistente. […] Nell’ambito culturale, infatti, non è la domanda a creare l’offerta; è tutto il contrario. Voi leggere Dante perché ha scritto la Divina Commedia, non perché abbiate sentito il bisogno di Dante: personalmente non sareste stati capaci di evocare l’uomo o il poema.

[…] Ai miei occhi, come per il mio orecchio, la poesia americana è un incessante, implacabile sermone sull’autonomia umana.

[…] L’unico dovere [il poeta] lo ha verso la sua lingua, ed è il dovere di scrivere bene. Scrivendo, e soprattutto scrivendo bene, nella lingua della sua società, un poeta compie già un gran passo verso la società. Spetta poi alla società venirgli incontro a metà strada, cioè aprire il libro del poeta e leggerlo.

[…] Una società che non è capace di leggere o di ascoltare i poeti […] abdica, in altre parole, al proprio potenziale evolutivo, perchè ciò che ci distingue dal resto del regno animale è proprio il dono del linguaggio. L’accusa che spesso si muove alla poesia – che è difficile, oscura, ermetica e via di seguito- sta a indicare non già lo stato della poesia, ma, francamente, il piolo della scala evolutiva su cui la società è rimasta bloccata.

[…] Il fine della democrazia è una vita democratica illuminata. Una democrazia senza lumi è, nel migliore dei casi, una giungla con un buon servizio di polizia e con un grande poeta, uno solo, designato a farvi da Tarzan.

Lettera a Orazio

[…] Sia come sia, non riesco a evocare le vostre facce, e specialmente quella di Nasone, neppure in sogno. E’ strano non avere neanche una vaga idea dell’aspetto di coloro che crediamo di conoscere intimamente.

[…] quando si scrivono versi, l’uditorio più immediato non sono i proprio contemporanei – o i posteri, figuriamoci- bensì i predecessori.

[Iosif Brodskij]

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