Alunne di Melpomene

Le galline, come ogni giorno, erano sopravvissute al dramma: da anni, oramai, le ex-alunne di Melpomene avevano sistemato in un rituale algolaghnico, teatralizzato in una «scena per turisti nordici», i più prevedibili e preventivati strappi del loro primo e giovenil errore, dello starnazzare e checchereccheccare per un nonnulla in un crescendo ebefrenico: e s’erano addate invece, di ragion poetica ben meditata, al silenzio e ai pallori vagotonici del misto. La loro iniziazione orfica, a poco a poco, s’era perfezionata a magistero: aveva raggiunto il climax di una sagacia pittorica, dimenticando i virtuosismi acustici della pubertà. Una semispenta o sonnecchiante e cionondimeno sempre disponibile e recuperata voluttà si ridestava in loro ogni giorno, con l’arrancar del misto e col fischio, alla consueta finzione: all’orgasmo artificioso della vittima che nessuno minaccia, allo zampettamento precipite e alla bersaglierata lungo la rotaia e la breccia, al tentativo di sollevamento (Delagrange volerà?), al simulato suicidio coi fanali addosso e concomitante deiezione d’un paio di bonbons, feffe-feffe trascorrendo.

[Carlo Emilio Gadda]

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